Partito che discute può farcela

Un anno fa, subito dopo una straordinaria affermazione del Popolo della libertà alle elezioni regionali, Gianfranco Fini aprì una crisi nel partito, che fu affrontata con metodi burocratici e amministrativi. E’ inutile ora domandarsi se un approccio diverso alle differenze e alle contrapposizioni interne avrebbe potuto evitare la scissione o se essa fosse l’esito inevitabile della posizione assunta dal presidente della Camera. Quel che è certo è che è mancato allora lo spazio per un confronto, che da allora in poi l’esecutivo ha dovuto giocare sulla difensiva, senza più riuscire a imporre la sua agenda politica.
11 AGO 20
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Un anno fa, subito dopo una straordinaria affermazione del Popolo della libertà alle elezioni regionali, Gianfranco Fini aprì una crisi nel partito, che fu affrontata con metodi burocratici e amministrativi. E’ inutile ora domandarsi se un approccio diverso alle differenze e alle contrapposizioni interne avrebbe potuto evitare la scissione o se essa fosse l’esito inevitabile della posizione assunta dal presidente della Camera. Quel che è certo è che è mancato allora lo spazio per un confronto, che da allora in poi l’esecutivo ha dovuto giocare sulla difensiva, senza più riuscire a imporre la sua agenda politica, subendo invece quella dei suoi avversari, politici, giudiziari o mediatici che fossero.
Ora il confronto interno è tornato a essere indispensabile, in condizioni più difficili, e sarebbe un errore grave, e forse irrimediabile, soffocarlo o delimitarlo forzosamante a questioni organizzative o formali. Un grande contenitore politico, che ha l’ambizione e ha esercitato finora la funzione baricentrica di uno schieramento competitivo e spesso vincente, deve trovare il modo ordinario, fisiologico, non lacerante, di mettere a confronto la varietà di posizioni, di sensibilità, anche di preferenze sulle persone più adatte ad assumere ruoli apicali. Spetta a Silvio Berlusconi promuovere e garantire la piena libertà e legittimità di questo confronto, oltre che definire il meccanismo di consultazione democratica che, alla fine, deve scegliere, sia in termini di opzioni politiche sia di uomini.
Considerare con fastidio, o puntare a concludere frettolosamente con qualche operazione di vertice questo confronto sarebbe deleterio soprattutto per lui. Esercitare la leadership significa dimostrare di essere in grado di trovare risposte convincenti alle critiche, che non costituiscono un reato di lesa maestà, di elaborare sintesi che colgano l’essenziale delle diverse posizioni senza che esse si trasformino in dissidi permanenti e laceranti. Se è ragionevole chiedere a tutti senso di responsabilità e misura, per evitare di trasformare una situazione difficile in una condizione di crisi irreparabile, è altrettanto essenziale che vengano pienamente dispiegate le ragioni di ciascuno, per trovare insieme le correzioni necessarie a una traiettoria politica che altrimenti appare declinante. Poi, al chiarimento delle opzioni interne al partito, sarà utile chiamare il “popolo”, cui troppo spesso si fa riferimento, a scegliere. Con la certezza che tutti accetteranno il suo verdetto.